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Le elezioni comunali si avvicinano e #MassaCritica non resterà a guardare in silenzio.

In questi mesi abbiamo messo in movimento energie, reti, conoscenze, spazi e attività prodotte in questa città dall’autorganizzazione, dal fare comune, dall’azione diretta e dal mutualismo. L’obiettivo che abbiamo individuato è semplice: smettere di subire decisioni odiose calate dall’alto e decidere in prima persona, dal basso e tutti insieme. Le lotte, il bisogno di resistere e la forza di mettersi in gioco, in questi anni hanno tracciato la strada che abbiamo seguito nei primi mesi di questo nuovo esperimento.
Democrazia radicale, diritti sociali, beni comuni, lavoro, scuola, giustizia ambientale sono le parole d’ordine attorno alle quali abbiamo cominciato a scrivere le linee di un programma per una Napoli a portata di tutti.

I media e un pezzo sostanzioso della politica hanno reagito in maniera prevedibile e scontata: siamo stati ignorati, hanno provato a renderci invisibili, quando non squalificati e ridotti ad un cartello elettorale. Uno dei tanti comitati d’appoggio, talvolta decisamente tristi, che affollano il commercium della campagna elettorale. Non siamo sorpresi: questo è tempo di passerelle politiche, candidature impresentabili, connivenze e scambi d’interessi. Nel vuoto lasciato da una classe politica che non esiste più, tutto si gioca sui media e sulla propaganda: non esistono programmi, argomenti responsabili e forti su cui accordare o meno fiducia a chi si candida a governare.

Fa un certo effetto agire in controtendenza a questa generale mistificazione dei temi che le lotte, la costruzione di relazioni e il lavoro politico dei movimenti hanno posto al centro dell’agenda politica della città nel corso degli ultimi dieci anni. Per questo non si può restare a guardare: occorre una forte presa di parola.

Anomalia Napoli

Siamo partiti da qui. Napoli in questi anni è stata un laboratorio eccezionale di sperimentazione sociale e politica. Spazi, parchi e giardini liberati, occupazioni a scopo abitativo, doposcuola e ambulatori popolari, laboratori sociali e nuove istituzioni culturali, comitati territoriali e associazioni sono spuntati come funghi in tutta la città. Si è sviluppato un tessuto sociale pronto a mettersi in gioco, rivendicando diritti e mostrando allo stesso tempo, in maniera embrionale, un altro mondo possibile, basato sulla solidarietà ed il mutuo soccorso, sulla condivisione e la partecipazione.

Tra mille oscillazioni e contraddizioni, si è sviluppata intanto in città un’esperienza amministrativa in discontinuità con il panorama politico del resto del Paese e con la decennale tradizione di poteri e clientele mummificate e stratificate nella nostra regione. Nel corso degli ultimi tre anni l’amministrazione uscente si è rapportata in modo non repressivo con le esperienze di riappropriazione di spazi, democrazia, con segmenti sociali deboli e pezzi di città lasciati al margine. Assumendone qualche volta il portato politico di sperimentazione avanzata senza ricondurlo necessariamente a un problema di ordine pubblico e legalità formale. Da un certo punto in poi e in buona sostanza, l’amministrazione comunale, ha riconosciuto legittimo l’operare comune, aprendosi a nuove forme della pratica della democrazia cittadina.
A Roma e in altre importanti città italiane, viceversa, si susseguono sgomberi coatti e repressioni nei confronti dei soggetti che si battono contro le disuguaglianze sociali.
Attestiamo ancora, senza troppi preamboli, che a Napoli si sono sviluppate le condizioni per costruire un argine alle politiche autoritarie di austerity che ovunque comportano la cartolarizzazione del patrimonio, la distruzione o la privatizzazione dei servizi pubblici e del welfare, l’asservimento alle logiche del profitto e il primato della speculazione privata sullo sviluppo dei territori. Nel contesto del federalismo demaniale, in particolare, la capacità di non svendere i beni pubblici, ed in alcuni casi farli ri-funzionalizzare dalle lotte sociali.
Ma non è sempre tutto oro quello che luccica ed è utile all’analisi sottolineare qualche criticità. I primi anni di governo “arancione” sono stati caratterizzati da un centralismo decisionale in assenza di corpi intermedi. Posizioni e azioni improvvisate, nomine e decisioni di alcuni assessori rivelatesi sbagliate, scarsa sensibilità nei confronti delle istanze provenienti dal basso: una gestione in solitaria, fortemente singolare, gravata dall’assenza di una visione strategica sulle alleanze politico-sociali.
Non ci sfugge quanto, pur senz’averlo pianificato scientemente, il ciclo decennale di lotte abbia inciso nel rifiuto – astensioni a parte – di un intero ceto politico alle urne. Le lotte contro le discariche e gli inceneritori e contro il modello criminale di gestione del ciclo di rifiuti, insieme a quelle dei movimenti studenteschi e dei disoccupati, hanno contribuito a costruire le condizioni sociali perché Napoli, cinque anni fa, dicesse “no” alle destre e alle pseudo-sinistre regressive. Ed ancora è stata la stessa capacità dei movimenti sociali e di quelle esperienze di lotta che hanno mantenuto un profilo autonomo ed indipendente, di non lasciarsi fagocitare dalle bandiere arancioni, di continuare il proprio lavoro politico dal basso e l’opposizione sociale, di condividere saperi e arti, che ha indicato le forme, le grammatiche e gli spazi della dialettica con l’amministrazione.
Rinviamo ad un confronto pubblico e aperto l’eventuale bilancio a 360° di questi cinque anni, limitandoci a due serie di fotografie per descrivere il duplice andamento dell’amministrazione. Le prime tre: la scelta di un evento mediatico per ribaltare l’immagine della città della monnezza con la proposta dell’America’s cup di fronte alla colmata, la ricapitalizzazione di “Bagnoli futura” a margine delle elezioni, il disperato tentativo di trattare a Roma con il Pd sul salvataggio finanziario della città. Le più recenti che hanno provato ad invertire la rotta (anche a dispetto di alcune insufficienze della giunta) come il ricorso contro il commissariamento di Bagnoli e la diserzione dalla cabina di regia, la partecipazione alla contro-cabina dei movimenti sociali e la ri-pubblicizzazione della gestione dei servizi idrici locali. Tra le prime e le più recenti ci passa l’azione prolungata delle realtà territoriali e di lotta che quotidianamente hanno prodotto iniziative ed opposizione sociale e politica in questa città.
In questi anni è successo molto.

Dove stiamo adesso, ovvero le sfide all’orizzonte.

Il nostro punto di vista su queste elezioni – a dispetto degli sforzi di chi prova a relegarci in schemi che non ci appartengono, come la mera difesa degli spazi sociali che i processi di liberazioni di questi hanno conquistato – è quello che ha sempre orientato il nostro agire collettivo: la costruzione di spazi di democrazia reale, l’avanzamento sociale, l’irruzione autonoma e indipendente nello spazio decisionale delle istanze che provengono dal basso. Sebbene l’avanzata di loschi figuri delle destre e dei centro-“sinistra” cittadini sia un problema da affrontare, il tema centrale oggi non può limitarsi al compattamento sociale “contro le destre e oltre la sinistra”.
Al contempo non possiamo restare e non resteremo indifferenti al rischio di una restaurazione.
Il tempo storico ci impone di avanzare sul piano del rapporto tra istituzioni e democrazia radicale, tra le lotte sociali e la capacità di esercitare la decisione politica orizzontale e dal basso. E’ il tempo di sperimentare, osare, sfidare la struttura formale e sostanziale delle democrazie occidentali. E’ su questo piano che sfidiamo tutti, in primo luogo Luigi De Magistris, che proprio sul tema della partecipazione ha speso nel tempo parole e impegni.
Crediamo che l’unica strada possibile per rispondere alla crisi della democrazia sia rivolgersi alle realtà che hanno fatto della democrazia dal basso la loro pratica reale. La partecipazione non può essere rinchiusa in un diagramma formale di consultazione per quote come proposto dal “Laboratorio Napoli”, un meccanismo di partecipazione debole e calato dall’alto, ma dev’essere lo strumento per stravolgere i meccanismi della decisione politica, dando voce direttamente a tutti coloro che non ne hanno, facendo decidere, veramente, la città.
Per questo, le elezioni di Maggio sono solo un passaggio, un test indispensabile per questa sfida. Il nostro obiettivo è costruire nuovi dispositivi in grado di trasformare l’anomalia Napoli in un processo reale e moltitudinario alla portata di tutti ed imperniato sulle esigenze sociali. Il nostro orizzonte è costruire un’alternativa di rottura reale ai governi dell’austerity, del neoliberismo sfrenato e dell’autoritarismo finanziario, un’alternativa che parla di una incompatibilità inevitabile con i meccanismi classici istituzionali e le logiche del capitale.
Sperimentare e costruire nuove istituzioni, sfidando una concezione proprietaria e oligarchica, per spostare l’asse della decisione politica verso il basso, in ascolto delle esigenze dei territori e dei settori sociali popolari.

Vogliamo che si apra la costruzione di programmi e politiche alle intelligenze vive di questa città, non a burocrati e a organismi asserviti a logiche clientelari o di profitto.

In questo non dobbiamo aver paura di guardare non solo a processi a noi più vicini, come le reti sociali greche, e le coalizioni politiche spagnole, ma anche a fenomeni più lontani ma non meno importanti e gravidi di potenza, come i municipi autonomi del Chiapas e le istituzioni del confederalismo democratico in Rojava, che ci parlano di una via d’uscita dall’impasse tra lo Stato e la società imposta dal capitalismo e dalla sua crisi, impasse che ha prodotto guerre, aumento delle disuguaglianze, devastazione ambientale e sociale.

Appello alla città

Ove mai non fosse chiaro, il nostro obiettivo non è collocare candidati o trasformarci in un serbatoio elettorale. Vogliamo piuttosto invertire la perversa logica di ogni momento elettorale, affinché programmi e candidature siano costruiti e bilanciati in modo nuovo, mediante assemblee popolari territoriali.
Per questo ci rivolgiamo alle formazioni politiche ed ai singoli che oggi rifiutano le logiche dell’austerity e le candidature “politicamente impresentabili” – come quella di Antonio Bassolino che, seppure formalmente assolto sul piano penale dai vari processi sulla scellerata gestione della cosiddetta “emergenza rifiuti”, porta su di sé una responsabilità politica e morale immensa: l’aver consegnato la nostra terra nelle mani di una multinazionale, Impregilo, a cui ha affidato il monopolio della gestione dei rifiuti conferendogli una discrezionalità decisionale illimitata. Da questo vecchio mondo prendiamo le distanze nel modo più netto.
Ci rivolgiamo per tanto a coloro che si percepiscono in movimento per il cambiamento, in sintonia o vicini ai movimenti. Come le coalizioni a sinistra, le liste civiche riunite intorno al sindaco De Magistris, ai Meet-up del Movimento 5 Stelle e alle stesse liste di M5S, la cui direzione politica nazionale evoca sistematicamente partecipazione – e pur tuttavia mostra una pericolosa deriva, verticistico-virtuale, trascurando sempre più nettamente il portato delle lotte, dei movimenti sociali e della sua stessa base sociale e politica.

Il nostro è un appello alla costruzione di un processo inedito in alcune municipalità della città, per costruire assieme in maniera pubblica, fuori dai simboli e da “stanze dei bottoni”, programma e candidature. Di questo processo Massa Critica non vuole detenere una proprietaria paternità. Ci adopereremo piuttosto tutti e tutte a far sì che siano luoghi pubblici autonomi, responsabili, e indipendenti e che possano essere il terreno di partecipazione, confronto e decisione di tanti/e e diversi/e. Tutti quei tanti e diversi che parteciperanno perché hanno a cuore la cura e l’abitabilità del proprio quartiere e della propria città.
Sappiamo che le municipalità stanno sempre più perdendo peso nel quadro amministrativo locale, e che anzi sono destinate a scomparire; quello che ci interessa non è ridare centralità ad un’istituzione sempre più marginale, ma cambiarne radicalmente il significato. Trasformare le municipalità in nuove istituzioni che abbiano la forma e il funzionamento di agorà territoriali e che, all’interno del paradigma dei diritti, abbiano anche una funzione di indirizzo e controllo sulle scelte dell’amministrazione locale.
Il nostro scopo è trovare nuovi strumenti della decisione politica che diano finalmente voce a coloro che sono stati resi muti dal meccanismo classico della rappresentanza. Lo faremo partendo da quello che siamo: abitanti resistenti di Bagnoli, delle case occupate e degli spazi liberati, migranti e precarie, lavoratrici, studenti, disoccupati e comitati territoriali in lotta per la giustizia ambientale, cittadini e cittadine che resistono contro la devastazione del territorio e del welfare. Chiediamo una cosa semplice: che del futuro dei nostri quartieri e della nostra città non si parli più nelle stanze chiuse, tra le segreterie di partito o tra le solite lobby d’interessi privati, ma pubblicamente in assemblee convocate dal basso, che appartengano a tutte e tutti.
Crediamo che non sia più il tempo in cui temi come democrazia, orizzontalità e trasparenza dei processi decisionali possano essere usati come spauracchi elettorali o feticci ideologici. Questo è il tempo in cui la democratizzazione dei meccanismi decisionali è già un antidoto per contrastare le destre populiste ed evitare di dar vita a una nuova élite che riproduca i comportamenti della precedente. Perché la democrazia non è solo un metodo, ma uno strumento indispensabile alla trasformazione sociale.
Con questo appello chiediamo a tutti quei soggetti che non si riconoscono in singoli partiti, che non hanno la propria candidatura come obiettivo di vita personale, che non vogliono speculare sulla carne viva di questa città, di fare un passo indietro per provare a farne cento avanti, mettendo a disposizione e condividendo quanto di serio e onesto c’è nei propri percorsi.
Per farlo è necessario rinunciare a vessilli e arroganze identitari. Non è più il tempo delle piccole patrie.

Su di noi cade il peso di un bivio strategico fondamentale: la Napoli delle lotte degli ultimi anni, pur con le sue contraddizioni, resta un patrimonio formidabile, un laboratorio di pratiche di autogoverno e democrazia diretta che dobbiamo far maturare e crescere. Qui resiste un tessuto associativo sano, un popolo fatto di gente che non si piega e che sa ribellarsi con grandi e piccoli gesti, che si è presa cura dei propri quartieri, che ha sperimentato una democrazia diretta, gioiosa e folle, che ha costruito bellezza nelle proprie azioni di conflitto e protesta.
Vogliamo che questo sia un percorso comune in cui a decidere siano davvero gli abitanti di questa città, perché la partecipazione popolare è una cosa seria, che non si realizza né con il falso gioco delle primarie truccate che farà il partito democratico, né con sondaggi online aperti a pochi iscritti, né con telefonate e accordi tra quadri di partito. È questa la spinta dal basso, unitaria e trasparente, che può impedire la vittoria delle destre, ovunque, a prescindere dal loro nome.

Per questo motivo sosteniamo e partecipiamo alle assemblee popolari di Bagnoli, il 5 marzo, e al centro storico il giorno 12 marzo per iniziare a rivoluzionare le forme con cui la politica rappresentativa si manifesta, a cominciare dai metodi con cui sceglie i suoi programmi e partendo innanzitutto dai temi che i movimenti hanno imposto all’agenda politica in questi anni.
Su altri territori seguiremo e sosterremo momenti di discussione che, dal basso, lancino la sfida sui temi le asfissie della campagna elettorale.
Sarà da queste assemblee che dovrà nascere un momento di discussione sulla città, a partire da chi ne vive quotidianamente le contraddizioni e non da chi si candida a metterci sopra le mani.
Le assemblee popolari rappresentano solo un primo passo per rilanciare, dal giorno dopo le elezioni, nuovi obiettivi sul piano comunale: codici etici per la selezione delle candidature, trasparenza, nuove istituzioni popolari, assemblee civiche ispirate a forme di democrazia diretta che realizzino un nuovo modo di convocare e far decidere la città non solo in procinto delle elezioni.

Quello di oggi è solo il primo passo di una grande sfida: costruire un progetto politico di municipalismo, senza bandiere e vessilli, guardando in basso e a sinistra dalla parte del cuore.

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